"Suffragette" è un film necessario. Lo è perché quando un diritto è talmente acquisito, talmente parte della nostra quotidianità, al punto da diventare trasparente, al punto da non essere più importante parlarne, allora quello è il momento per ricordarsi che non è sempre stato così. Che avere un'istruzione, non spaccarsi la schiena in fabbrica fin dall'infanzia, non essere sottopagate, essere riconosciute come esseri umani portatrici di diritti quali la proprietà, la tutela dei figli e non da ultimo il voto, fino ad un secolo fa nel Regno Unito non era neppure pensabile. In Italia nascere donna e non sentirne la sfortuna è stato possibile ancora dopo: solo nel 1946 abbiamo potuto mettere piede in un'urna. E ci sono paesi, come l'Arabia Saudita, che la fanno da padroni nell'economia mondiale, dove alle donne il diritto di voto è stato appena "promesso" nel 2015: potranno esercitarlo fra 4 anni, sempre che nel frattempo non si cambi idea. Ho letto in rete commenti di ogni tipo su questo film, dalle lodi a scendere. Personalmente l'ho trovato un film molto intenso, da brividi a tratti. Ho pensato che c'erano pochi uomini in sala, a parte un paio, ovviamente accompagnati. Mentre le donne, anche sole, o a gruppi di amiche, erano in larga maggioranza. E' come se avessimo bisogno di sentirci narrare la nostra storia, di capire da dove veniamo, di sapere cosa hanno fatto altre donne prima di noi, per noi. Questo film ci ricorda cosa significa non essere allineate agli schemi di una società incapace di cambiare se stessa e quanta fatica, quanti giorni di prigione, quanti scioperi della fame e nutrizioni forzate, quante percosse, quanti figli strappati, quante malattie e quante morti ci siano dietro i nostri ormai scontati diritti. "Suffragette" è una ricostruzione storica degli albori delle lotte femministe ma nel contempo anche un monito, perché molto è stato fatto ma altri traguardi sono da conquistare, anche nella nostra civilissima Italia. Quando avremo una reale parità salariale, reali possibilità di carriera, reale libertà di ricevere e dare un'educazione al di là di ogni stereotipo di genere, reale libertà di scrollarci di dosso le viscide mani di un capoufficio, solo quel giorno potremo considerare realmente chiusa la battaglia per la parità dei diritti.
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domenica 13 marzo 2016
martedì 23 aprile 2013
Sii bella e stai zitta: una filosofa riflette sul perché l'Italia di oggi offende le donne
"Questo
libro è un atto di resistenza. Di fronte alle offese e alle
umiliazioni che subiscono oggi le donne in Italia, in quanto
filosofa, ho sentito il dovere di abbandonare la torre d’avorio in
cui si trincerano spesso gli intellettuali per spiegare le dinamiche
di oppressione che imprigionano la donna italiana. Lo scopo è
semplice: si tratta di dare a tutte coloro che lo desiderano gli
strumenti critici necessari per rifiutare la sudditanza al potere
maschile (...). La filosofia è un'arma efficace e potente, l'unico
strumento capace di aiutare le donne a riappropriarsi della propria
vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o azzittirle"
L'azienda per cui lavoro ha circa 1000 dipendenti. Le donne con qualifica di quadro o dirigente si contano letteralmente sulle dita di una mano. Il mio precedente capo si lamentava con me perché non indossavo la gonna e si vantava di scegliere solo le belle, "tanto le retribuiamo come le brutte". Queste e altre raffinate battute sono state il pane quotidiano che ho mangiato per oltre dieci anni, fino al giorno della sua pensione. Nonostante la sua dipartita, lo spirito grossolano aleggia ancora nei corridoi e non c'è riunione in cui le mie povere orecchie non siano allietate da cotanto senso dell'umorismo. Per tacere delle proposte ricevute di prestazioni extra orario, gentilmente respinte al mittente, che hanno congelato qualunque mia crescita lavorativa, ma almeno mi hanno permesso di preservare la dignità e anche un posto di lavoro, vista la fine pessima di alcune colleghe meno sagge. Quotidianamente accendo la TV e mi convinco che ho la cellulite, sono una grassona e per giunta fuori moda, non solo per il modo di vestire ma soprattutto per quello di pensare. Sfoglio i giornali e tremo di fronte al dilagare dell’aggressività maschile: donne infastidite, picchiate, umiliate, violentate, uccise, soprattutto fra le pareti domestiche, soprattutto da chi dovrebbe amarle (padri, fratelli, amici, fidanzati, mariti), un fenomeno che hanno chiamato "femminicidio" perché colpisce le donne in quanto donne, ed è perpetrato dagli uomini in quanto uomini.
Tutta questa premessa per farvi comprendere lo stato d'animo con cui mi sono accostata al libro della giovane filosofa Michela Marzano, "Sii bella e stai zitta".
Avevo
un bisogno interiore di confrontarmi sull'argomento "la
questione femminile oggi". Sono
nata negli anni'70, praticamente nel periodo in cui tutte le
conquiste femminili si stavano compiendo: legge sul divorzio (1970),
riforma del diritto di famiglia (1975), legalizzazione
dell'interruzione volontaria di gravidanza (1978), abolizione del
delitto d'onore e del matrimonio riparatore (1981). Pertanto,
diventata donna, credevo non ci fosse più niente o quasi di cui
discutere su questo argomento. Ma mi sbagliavo. Michela Marzano nel
1998 ha fatto le valigie e da allora vive in Francia, paese che ha
molto da insegnarci in tema di diritti femminili e civili in senso
lato. Posso quindi capire perfettamente lo sguardo sbigottito
dell'autrice sulla nostra televisione, dove il corpo femminile serve
a tutto e la mente a niente; o la sua reazione di fronte ai
comportamenti da vecchi satiri di una certa classe politica; o come
debba sentirsi sconfortata quando, con ossessiva ciclicità,
ripartono le crociate contro la legge 194; o il senso di impotenza di
fronte agli episodi di femminicidio sempre più frequenti. In noi
italiane, che viviamo immerse in questa realtà, che fin da piccole
riceviamo un'educazione sessista, che abbiamo pochi modelli di donna
diversi da quelli veicolati dalla televisione e dalla pubblicità,
prevale invece una sorta di assefuazione, una stanca rassegnazione,
che non ti permette un'indignazione profonda. Michela Marzano tenta
con il suo libro di risvegliare la lettrice da questa specie di
sonno, vuole stimolarla ad abbandonare l'afasia, ad opporsi a tutto
un sistema che nella nostra nazione cerca di ridimensionare le donne,
di polverizzare le conquiste e l'emancipazione femminile, di zittirci
una volta per tutte, di rimporre un modello patriarcale che è parte,
purtroppo, della nostra cultura.
Questo libro offre tantissimi spunti di riflessione. Si parla di maternità e di interruzione di gravidanza, di amore e di sessualità, di carriera e di autostima, di adolescenza e di vecchiaia, di chirurgia estetica e di anoressia, di violenza fisica e di offese verbali. Ogni capitolo circoscrive un argomento, lo inquadra e ne fa un'analisi lucida e impeccabile, aprendo la mente del lettore e stimolandolo a guardare la problematica come fosse un poliedro dalle molteplici sfaccettature. Pur essendo l'autrice una filosofa, il linguaggio è piano, accessibile, diretto. Si ha l'impressione di una bella conversazione con una persona che ha molto letto (e i numerosi riferimenti bibliografici lo confermano) e lungamente meditato sulla questione, arrivando a considerazioni (più che conclusioni), non banali, che ora sono sulla carta, offerte a chiunque sia pronto a mettersi in discussione. Un libro scritto per le donne ma da regalare e diffondere fra i nostri uomini, perché si interroghino, perché riflettano sul ruolo e sul modello distorto che è stato loro imposto, perché escano dalle logiche di prepotenza, perché accettino e accolgano l'autonomia e la libertà delle donne come un bene prezioso, fonte di reciproca felicità.
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