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domenica 24 marzo 2013

Accabadora: dalla Sardegna del secolo scorso una profonda riflessione sulla vita che finisce



" Vuoi giudicare del come senza capire il perché? Tu hai sempre fretta di emettere sentenze, Maria. (...) Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata." 

In Italia ci sono temi che balzano all'improvviso al centro dell'attenzione: tutti ne parlano, tutti ne scrivono; poi, altrettanto rapidamente, il grande fervore si sgonfia, il dibattito si spegne non tanto perché il problema sia stato risolto, piuttosto perché è stato accantonato, se non perfino sotterrato. Il fine vita è uno di quei temi controversi che hanno avuto nel nostro bizzarro paese un chiaro andamento "parabolico discendente", senza mai approdare ad una definitiva soluzione legislativa, ma rimanendo nel limbo della "non-norma", che mette a posto alcune coscienze, ma di fatto lascia nella completa solitudine chi quel problema lo vive sulla propria pelle.

Nel 2009, quando uscì il romanzo di Michela Murgia, "Accabadora", l'Italia tutta era divisa in due fazioni dal triste caso di una vicenda familiare, quella di Eluana Englaro, balzata agli onori delle cronache, mentre avrebbe meritato un rispettoso silenzio e una profonda riflessione, scevra da giudizi morali. Michela Murgia, studi teologici alle spalle, scrisse a ridosso di quel periodo, un libro destinato a vincere numerosi riconoscimenti, fra cui il Campiello, e che si incentra sul tema del fine vita e della maternità elettiva, attraverso una vicenda ambientata nella Sardegna degli anni cinquanta-sessanta del secolo scorso.

Bonaria Urrai, "vedova di un marito che non l'aveva mai sposata", sceglie la piccola Maria, bocca di troppo della famiglia Listru, come "fillus de anima". Bonaria, che non ha potuto diventare madre perchè la guerra le ha portato via un fidanzato bello e molto amato, cresce una figlia non sua con tutto l'affetto che dalla vera madre Maria non ha mai avuto. Non è questo, però, l'unica strada percorsa da Bonaria per essere madre. La prima vera madre di Maria è infatti, anche, l'ultima madre di chi a Soreni, luogo immaginario della Sardegna, si trova ad attraversare l'ultima fase della propria vita nella sofferenza e nel dolore. Bonaria è una "accabadora", colei che, mossa da pietà, accompagna i destini degli agonizzanti a compimento. Non un assassina, ma una mano pietosa che, dietro richiesta del malato e della sua famiglia, mette fine a sofferenze inutilmente protratte. Una vera e propria "eutanasia ante litteram"? Non proprio, perché i due atti sono solo in apparenza simili.

L'eutanasia si incentra sul singolo, è un atto di autodeterminazione che prende origine da un "testamento biologico". L'accabadora, al contrario, agisce non solo dietro richiesta dell'agonizzante, ma anche della sua famiglia e, soprattutto, con l'autorizzazione e la legittimazione della comunità. Per capire il libro e il significato della presenza (fra l'altro dibattuta e da alcuni considerata al confine fra realtà e leggenda) di tali figure nella Sardegna di metà del secolo scorso, bisogna partire da qui. Occorre guardare la vicenda narrata non con gli occhi contemporanei ma con quelli di un mondo in cui la comunità prevaleva sul singolo, dove ciò che capitava ad una persona, capitava in realtà a tutti. Non esisteva, o era molto ridotta, l'ospedalizzazione, sia della nascita che della malattia. I malati venivano presi in carico dalla famiglia e dalla comunità. La comunità condivideva le gioie (feste di fidanzamento, preparativi per matrimoni, nascite e riti collettivi come la vendemmia) e i dolori (la malattia, la morte) e per questo era "autorizzata" a prendere anche decisioni che oggi sembrerebbero quantomeno "discutibili" ma che in quel preciso momento storico erano assolutamente condivise. "L'accabadora – ha dichiarato Michela Murgia in un'intervista andata in onda su Radio Uno – sorge in un contesto di fortissime relazioni, di corresponsabilità, di co-genitorialità. In questo contesto non esiste l'autodeterminazione: nessuno si fa e si disfa da solo. L'accabadora è la risposta collettiva ad una domanda che oggi considereremmo solo individuale."

Nel libro, l'unico vero atto di eutanasia è la morte di Nicola, che non è un agonizzante, ma un giovane che non sa accettare la vita dopo la malattia. Accogliendo la richiesta di Nicola, Bonaria va oltre il "mandato" affidatole dalla comunità e ciò genererà una serie di conseguenze a valanga: la fuga di Maria, scioccata dalla scoperta della doppia vita della madre, dalla comunità di Soreni verso la solitudine di Torino; il peso e la colpa che Bonaria sconterà fino all'ultimo dei suoi giorni; la fine di un mondo sardo e l'avvento di una nuova epoca.

La scrittura di Michela Murgia ha la delicatezza e la lievità della poesia. Memorabile è il tratteggio dei personaggi, fatto di poche, precise parole sapientemente scelte, che rendono uniche persino le figure minori, su cui spicca il ritratto "manzoniano" del curato del paese e la figura aggraziata della maestra Luciana. E' un libro denso di emozioni, commovente, capace di mettere in moto mille riflessioni e nessun giudizio al tempo stesso. Non c'è una risposta definitiva alla difficile questione del fine vita ma ogni lettore, voltata l'ultima pagina, avrà sicuramente allargato il proprio pensiero e messo da parte qualche certezza di troppo. 


Ho avuto, oltre al piacere della lettura, anche quello dell'ascolto dell'audiolibro, in cui la stessa autrice, con la sua bella parlata, dà voce alle pagine da lei scritte e ricrea perfettamente le atmosfere di una Sardegna magica e arcaica. Lo consiglio di cuore. Cliccando qui potrete vedere il video del backstage che offre, inoltre, una riflessione della Murgia sugli audiolibri e sulla bellezza del racconto orale. 

P.S.
Questo post è nato grazie alle riflessioni e agli spunti che mi sono stati suggeriti durante l'ultimo incontro del gruppo di lettura della Biblioteca Gianni Rodari di Corciano, di cui ho parlato in un recente post. Grazie per avere condiviso con me questa bellissima lettura e i molti pensieri che ne sono scaturiti!


     
     

     

     


martedì 21 agosto 2012

Orgoglio e pregiudizio: scrivere nella stanza di passaggio




"E' verità universalmente riconosciuta che uno scapolo provvisto di un ingente patrimonio debba essere in cerca di moglie"


Virginia Woolf teorizzava che la condizione essenziale per la scrittura fosse l'avere "una stanza tutta per sé". Jane Austen non l'ebbe mai: la sua era piuttosto una stanza di passaggio. Scriveva infatti nel soggiorno comune, dove non aveva una scrivania propria ma si era ritagliata un piccolo spazio sul tavolo da pranzo. Qui appoggiava minuscoli pezzetti di carta che nascondeva furtivamente all'arrivo delle persone di servizio o dei visitatori e che alla sua morte corsero perfino il rischio di essere buttati. Il soggiorno comune fu il luogo di formazione della scrittrice: "la sola educazione letteraria che una donna riceveva agli inizi dell'Ottocento era un'educazione allo studio del carattere, alla analisi delle emozioni. Da secoli la sua sensibilità veniva educata sotto l'influenza della stanza di soggiorno comune. I sentimenti delle persone rimanevano impressi su di lei; aveva costantemente sotto gli occhi i rapporti umani (Virginia Woolf - Una stanza tutta per sé)". L'andirivieni di uomini e donne di ogni tipo, le loro conversazioni, il fluire del tempo e della vita, tutto si concentrava e si dipanava nel salotto comune che divenne la principale fonte di ispirazione per l'acuta e ironica osservatrice Jane Austen. 

In questa atmosfera vide la luce "Prime impressioni", poi ribattezzato "Orgoglio e pregiudizio". Nel 1797, il padre di Jane lo propose ad un editore che cortesemente lo rifiutò, si dice senza neppure averne letto una riga. Fu pubblicato molti anni dopo, nel 1813, con il titolo che lo ha reso celebre e in forma rigorosamente anonima. L'intreccio è famoso, anche grazie alle innumerevoli versioni cinematografiche che ne sono state tratte: Elizabeth Bennet è la seconda di cinque sorelle tutte nubili e desiderose di sposarsi. Negli anni in cui è ambientata la storia, il matrimonio è un mezzo per l'ascesa sociale, un mero contratto, spesso combinato dalle famiglie. Elizabeth, però, non si accontenta di un uomo qualunque, giusto per non rimanere zitella. La nostra eroina vorrebbe sposare l'uomo che ama, proposito che agli occhi materni appare del tutto rivoluzionario, in quanto l'amore non è reputato il principale requisito per contrarre matrimonio.

Fra lo sgomento e la disperazione materna, Elizabeth rifiuta la proposta dell'arido e insopportabile cugino Mr. Collins ma anche quella dell'altezzoso Mr. Darcy, salvo poi pentirsi, quando scopre tutto ciò che quest'ultimo ha fatto per amor suo, compreso salvare la reputazione della sorella minore Kitty, fuggita con un ufficiale arrivista e ricattatore. Pentita di averlo giudicato troppo in fretta e con la mente offuscata dai pregiudizi, Elizabeth riesce a farsi perdonare ed infine a sposare Mr. Darcy. 

Probabilmente, così riassunto all'osso, il libro non sembra dei più avvincenti. In effetti non accade nulla di sconvolgente in tutto il romanzo: niente colpi di scena, niente intrecci complicati o storie fantasiose ai confini della realtà. Nei romanzi della Austen va di scena la quotidianità. La scrittrice è stata la prima ad aprire al lettore la porta di casa e a mostrargli cosa avveniva: conversazioni in famiglia, balli, pranzi, tranquille passeggiate, serate davanti al camino. La Storia, quella dei grandi avvenimenti, resta fuori dall'uscio. "Orgoglio e pregiudizio" è ambientato all'epoca delle guerre napoleoniche, eppure fra le pagine non risuonano mai i fragori delle battaglie, al più si scorge qualche reggimento di passaggio, il cui scopo sembra solo quello di far palpitare il cuore di giovani fanciulle in età da marito. I fatti che all'autrice interessano sono altri, quelli che si svolgono nelle tenute, nelle case, nelle stanze da ballo, nei giardini. Che poi sono i fatti che una donna vissuta a cavallo del sette-ottocento conosceva, non potendo intraprendere grandi viaggi o andare in guerra o avere la libertà e le variegate esperienze di vita concesse ad un uomo. La casa era, per una donna, tutto il suo mondo e, saggiamente, Jane Austen scrive di ciò che conosce. 

Per trentasei capitoli non accade nulla di clamoroso ma continuiamo a girare pagina, gustando ogni singolo personaggio e i suoi inconfondibili tratti caratteriali, così magistralmente dipinti. Non c'è sfumatura dell'animo umano che venga trascurata: la saggezza, la vanità, l'invidia, l'arrivismo, la bontà, la grettezza, la generosità. Jane Austen, seduta nell'angolo in salotto, osserva e scrive: non giudica, non fa la morale, non è saccente, piuttosto divertita, e il suo sguardo ironico si posa sui piccoli nobili e sui grandi borghesi per trasporli sulla pagina con lievità, con un linguaggio che Virginia Woolf definì "assolutamente naturale e armonioso". Buffo osservare che, sebbene tutte le sue eroine aspirino al matrimonio, Jane Austen non si sposò mai e non perchè non ne ebbe l'occasione. Era graziosa, sicuramente dalla conversazione interessante e sappiamo di alcuni corteggiatori. Mi piace pensare che Jane Austen fosse affascinata da ciò che precede il matrimonio (il corteggiamento, le traversie per arrivare a coronare un sogno) ma non dalla vita matrimoniale. Tutti i suoi romanzi si concludono sulla porta della chiesa e le coppie sposate sono il contorno, spesso buffo, talvolta monotono, ai protagonisti nubili e celibi. Forse Jane rifiutò il matrimonio per essere ciò che desiderava e proteggere la scrittrice che era in lei. I doveri matrimoniali e il ruolo di madre di una nidiata di bambini l'avrebbero per forza di cose impedito di scrivere. Concludo con un piccolo consiglio, per chi avesse già gustato il libro ma desidera calarsi nuovamente nell'atmosfera del romanzo: ascoltate l'audiolibro edito da Emons e letto da Paola Cortellesi. E' bravissima e capace di compiere magie con la voce. Dodici ore di ascolto che sono un puro piacere.

sabato 3 marzo 2012

L'amante di Marguerite Duras

"Anni e anni dopo la guerra, dopo i matrimoni, i figli, i divorzi, i libri, era venuto a Parigi con la moglie. Le aveva telefonato. Sono io. Lei l'aveva riconosciuto alla voce. (...) Era intimidito, aveva paura (...). Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l'amava ancora, che non avrebbe potuto mai smettere d'amarla, che l'avrebbe amata fino alla morte."
Il tempo per leggere non basta mai. Capitano settimane così piene di impegni che gli amici libri restano placidamente adagiati sul comodino per giorni e questa è una cosa che proprio non  sopporto. Ma da quando ho scoperto gli audiolibri, il tempo per la lettura si è straordinariamente dilatato. Dico la verità: non poter toccare la carta o sottolineare i passaggi più belli, è per me una limitazione. D’altra parte, il percorso casa-lavoro, tempo sprecato e spesso arrabbiato, compiuto con umore tendente al tetro, grazie agli audiolibri è diventato uno spazio tutto per me e le mie adorate scrittrici. Quindi 3 ore e 45 minuti inutilmente trascorsi in macchina, sono stati commutati nel piacevole ascolto de “L’amante” di Marguerite Duras. 

La voce pacata di Licia Maglietta è stata un’eccellente compagna di viaggio. Il tono lievemente distaccato con cui ha dato vita alle pagine della Duras rendono secondo me molto bene quel senso di estraneità con cui l'autrice, pur scrivendo in chiave autobiografica, offre la sua storia al lettore, quasi come se non della propria vita ma di qualcun'altra stesse parlando.  

La storia ci trasporta nell'Indocina Francese degli anni trenta. Il fulcro del romanzo è l’incontro  fra Marguerite, studentessa quindicenne, e un giovane miliardario cinese, da cui ha inizio una relazione controversa, osteggiata dal padre di lui e appena tollerata dalla madre di lei, destinata a chiudersi a causa dei pregiudizi legati alla differenza d’età e di condizione sociale. Tutto intorno, in un alternarsi di salti temporali che spingono la narrazione avanti e indietro nel tempo, ruota la storia della famiglia della Duras, dell’adorato fratello più piccolo prematuramente scomparso (“Quel giorno è stata la fine.”), del meschino fratello maggiore che ruba ai familiari e dilapida patrimoni (“Non era un gangster, era un mascalzone casalingo… Viveva come vivono i mascalzoni, senza solidarietà, senza grandezza, nella paura…”), del rapporto conflittuale con la madre pur tuttavia profondamente amata (“…si andava per la campagna a vedere la notte della stagione asciutta. Ho avuto la fortuna di avere una simile madre, per quelle notti”). Ho trovato molto particolare lo stile asciutto e pulito della Duras, le frasi brevi e lapidarie, le immagini che si succedono come istantanee con un ritmo meravigliosamente lento. A chi consiglio il libro? A chi cerca una storia di vero amore ma assolutamente non convenzionale e sdolcinata e soprattutto alle figlie convinte di avere una famiglia tribolata e una madre imperfetta.