domenica 13 marzo 2016

Suffragette: le donne che hanno lottato per noi donne


"Suffragette" è un film necessario. Lo è perché quando un diritto è talmente acquisito, talmente parte della nostra quotidianità, al punto da diventare trasparente, al punto da non essere più importante parlarne, allora quello è il momento per ricordarsi che non è sempre stato così. Che avere un'istruzione, non spaccarsi la schiena in fabbrica fin dall'infanzia, non essere sottopagate, essere riconosciute come esseri umani portatrici di diritti quali la proprietà, la tutela dei figli e non da ultimo il voto, fino ad un secolo fa nel Regno Unito non era neppure pensabile. In Italia nascere donna e non sentirne la sfortuna è stato possibile ancora dopo: solo nel 1946 abbiamo potuto mettere piede in un'urna. E ci sono paesi, come l'Arabia Saudita, che la fanno da padroni nell'economia mondiale, dove alle donne il diritto di voto è stato appena "promesso" nel 2015: potranno esercitarlo fra 4 anni, sempre che nel frattempo non si cambi idea. Ho letto in rete commenti di ogni tipo su questo film, dalle lodi a scendere. Personalmente l'ho trovato un film molto intenso, da brividi a tratti. Ho pensato che c'erano pochi uomini in sala, a parte un paio, ovviamente accompagnati. Mentre le donne, anche sole, o a gruppi di amiche, erano in larga maggioranza. E' come se avessimo bisogno di sentirci narrare la nostra storia, di capire da dove veniamo, di sapere cosa hanno fatto altre donne prima di noi, per noi. Questo film ci ricorda cosa significa non essere allineate agli schemi di una società incapace di cambiare se stessa e quanta fatica, quanti giorni di prigione, quanti scioperi della fame e nutrizioni forzate, quante percosse, quanti figli strappati, quante malattie e quante morti ci siano dietro i nostri ormai scontati diritti. "Suffragette" è una ricostruzione storica degli albori delle lotte femministe ma nel contempo anche un monito, perché molto è stato fatto ma altri traguardi sono da conquistare, anche nella nostra civilissima Italia. Quando avremo una reale parità salariale, reali possibilità di carriera, reale libertà di ricevere e dare un'educazione al di là di ogni stereotipo di genere, reale libertà di scrollarci di dosso le viscide mani di un capoufficio, solo quel giorno potremo considerare realmente chiusa la battaglia per la parità dei diritti.

lunedì 25 gennaio 2016

Di nuovo qui!

Non avere scritto una sola riga nel blog per un anno e mezzo, equivale a considerare questo spazio clinicamente morto? Secondo le regole dei blog, la risposta è sì. Un blog si costruisce su un calendario editoriale, vive di periodicità e del rapporto che cresce giorno dopo giorno con i suoi lettori. Quindi l'eclissi del blogger segna di fatto la fine della sua creatura. Ma io ho tutta un'altra idea di blog. Mi spiego meglio. Ci sono, secondo me, due categorie di blogger: i professionisti e i dilettanti. I primi scrivono tutti i giorni o quasi e sono animati non solo dalla passione, ma anche da quello che io chiamo "un ritorno": di immagine, di guadagno, di pubblicità. I secondi, e io rientro in questo nutrito gruppo, scrivono per il puro piacere di scrivere, perché il blog è uno spazio di libertà, è un modo per dare voce ai pensieri che ti frullano in testa, e, cosa non secondaria, è divertente. Quindi ho fatto pace con i miei sensi di colpa e mi sono detta che sì, potevo tornare a scrivere, che la blogosfera aveva fatto a meno di me per 18 mesi senza per questo cessare di esistere e che non avrei sconvolto proprio nessuno, né con la mia assenza né con il mio ritorno.

Ho fatto un pochino di restyling, un parolone per dire che ho ridisegnato l'intestazione del blog, creando un effetto scritta su lavagna, e mi sono data alcune piccole regole per uniformare l'aspetto dei post. Insomma qualche ritocchino, come quando per rinnovare la casa compri dei nuovi cuscini per il divano, tanto per rinfrescare l'ambiente, ma nella sostanza il posto è sempre quello. Questo per dire che questo blog continuerà a parlare di libri, il motivo per cui è venuto al mondo. 

Però è vero che in questi 18 mesi sono successe un po' di cose e visto che io sono cambiata, anche il blog cambierà un pochino, per assomigliarmi di più. Ci sarà un po' più spazio per parlare di ciò che sono e faccio e di qualche progetto in corso. Mi sono accorta che i libri troppo spesso sono stati uno schermo dietro cui nascondermi per evitare il faccia a faccia con la parte più vera di me. Non sono certa di riuscire a percorrere fino in fondo questa nuova strada, ma vorrei almeno provarci prima di abbassare una volta per tutte la saracinesca del blog. Quindi, che dire? Bentornata a me!

sabato 5 luglio 2014

Quattro etti d'amore, grazie: la trappola del confronto



Questo libro è vivamente consigliato a tutti quelli che hanno fatto del confronto le fondamenta su cui costruire la propria infelicità.
Ci sono due donne che non si conoscono e che si chiamano Erica e Tea. Fanno la spesa nello stesso supermercato e finisce che si spiano i rispettivi carrelli, come se le scelte alimentari parlassero per loro. C'è un fondo di verità: i carrelli della spesa sono un po' lo specchio delle nostre vite. Solo che il lavoro di fantasia di Erica e Tea ha dell’incredibile: se una compra uova e farina, è per farci le crostate, quindi è una mamma premurosa. Peccato che preferisca chattare con un quasi estraneo invece di dialogare con la sua famiglia, ma questo il carrello non lo dice. Se l'altra acquista candele profumate, di sicuro serviranno ad illuminare una serata romantica e passionale. Peccato che il marito ronfi sul divano e nessuna candela profumata ne risveglierà i sensi assopiti, ma anche su questo dettaglio il carrello tace. 
Chissà se uno dei segreti della felicità non sia racchiuso in questo intrecciarsi di assurde fantasie che percorre tutto il romanzo: smetterla una volta per tutte di guardare il carrello altrui, le cose che non hai e qualcun altro sì, e provare ad essere contenta, semplicemente, delle cose che restano

domenica 29 giugno 2014

Un giorno di gloria per Miss Pettigrew: non lasciarti sfuggire la tua chance




Immaginatevi seduti al tavolo di un ristorantino vista mare. Avete ordinato un piatto di frittura mista, scelta ghiotta, ma il caldo non ve la fa apprezzare come meriterebbe. Cosa c’entra questa immagine con il libro di Winifred Watson? Ora lo capirete. Aggiungete un pergolato coperto di gelsomini, una brezza leggera che vi scompigli un po’ i capelli, un bicchiere di vino bianco frizzantino. Non vi sentite già meglio? Non avvertite un po’ di refrigerio? Ecco, queste duecento deliziose pagine piene di ritmo vi daranno la stessa esatta sensazione, sebbene ambientate in un’umida Londra novembrina.

Abbiamo tutti nel cuore dei libri meravigliosamente densi. Ma ogni tanto c’è bisogno anche di libri come “Un giorno di gloria per Miss Pettigrew”. Libri che ti fanno tirare il fiato. Libri che ti strappano un sorriso. Libri di una deliziosa leggerezza, ma ben scritti e ben congegnati.

Questo piccolo gioiello snocciola la giornata di una qualunque, anonima istitutrice. Parte da un equivoco e si chiude con l’happy end che ti aspetti. Nel mezzo, c’è un andare e venire di giovanotti, un’attrice di belle speranze, un’imprenditrice sofisticata, i riti della vestizione, un po' di frivolezze, una festa movimentata e molti pasticci che si risolvono. Miss Pettigrew, insicura di sé, repressa da un’educazione iper morigerata, struccata, spettinata, fuori moda e ridotta al lumicino, si ritrova per sbaglio nel bel mondo festaiolo della Londra anni trenta e riceve dalla vita la sua grande occasione: quella della rinascita, della trasformazione, della crescita interiore, dell’abbandono delle remore, dei timori infondati e delle insicurezze.

Quante di noi non si sono mai sentite delle Miss Pettigrew? Donne messe ad osservare la vita da spettatrici, perché le cose belle, scoppiettanti e divertenti capitano sempre nella casa accanto? Ebbene, sappiate che potreste trovarvi a bussare alla porta di quella casa, come Miss Pettigrew in apertura di romanzo. La vita potrebbe servirvi su un piatto d’argento l’occasione di cambiare, di svoltare l’angolo, di dare una sterzata ed acchiappare i sogni. Sapreste farlo? O chiudereste la porta, fuggireste lontano, avreste troppa paura della felicità? Miss Pettigrew è rimasta e ha colto la sua chance. Leggete il libro e poi fate altrettanto.

domenica 5 gennaio 2014

Una madre lo sa: luci ed ombre dell'amore perfetto





“Cosa sia una “buona madre” lo decidono gli altri. Il coro. Lo sguardo che approva e che rimprovera. Quelli che sanno sempre cosa si fa e cosa no. Cosa è giusto, saggio, utile. Quelli che dicono “è la natura, è così”: devi avere pazienza, assecondare i ritmi, provare tenerezza, dedicarti. Se ti senti affondare è perché sei inadeguata. Se soffochi è perché non hai gli strumenti della maturità. Se i figli non vengono devi rassegnarti, non accanirti, non insistere: si vede che non eri fatta per essere madre. Se non ne hai voluti devi avere in fondo qualcosa che non va. Se non hai nessuno vicino che voglia farne con te è perché non l’hai trovato, sei stata troppo esigente, forse troppo inquieta. Se preferisci il lavoro allora cosa pretendi. Se non ci sei mai che ne sarà di tuo figlio, se gli stai sempre addosso come potrà rendersi autonomo. Se ti stanca sei depressa. Se ti fa impazzire sei un mostro. (…) Se la maternità non ti invade naturalmente e spontaneamente come un raggio di luce, se non ti cambia i connotati rendendoti nutrice solare, improvvisamente dedita e paziente: ecco allora è chiaro che non hai l’istinto giusto. Sei inadatta, sei contro natura. Colpevole a pensarci bene. Una cattiva madre.”
Questo è il regalo perfetto se la vostra migliore amica è incinta. Lasciate perdere i pagliaccetti tenerosi, l’inutile colonia dopo bagno e i giochi educativi che nessun neonato si fila e donatele questo libro: sono certa che, dopo averlo letto, ve ne sarà profondamente grata. Meglio ancora: volete fare un regalo a voi stesse, mamme presenti, future o passate? Studiatevi queste 22 storie di Concita De Gregorio e poi fatevi una bella risata ogni volta che passano le pubblicità del Kinder fetta al latte e compagnia bella.

La maternità è forse il tema dove c’è più scollamento fra il sentire privato e quello collettivo. Esiste una sorta di decalogo non scritto di cosa sia una buona madre. Di quello che pensa, dice, fa; delle sue scelte quotidiane, fosse anche la merendina delle cinque; dei suoi comportamenti, perfino quelli minimi. Ci si mettono tutti: la pubblicità, le altre mamme (la tua, la suocera, le amiche, le sconosciute), i pediatri, perfino l’Organizzazione Mondiale della Sanità che con la campagna dell’allattamento al seno è capace di farti sentire in colpa se non riesci ad allattare fino ai canonici 6 mesi. Questo è giusto, questo no. Questo è normale, questo no. Se la pensi così, sei sbagliata. Se fai cosà, sei ok.


Questo libro, invece, ti fa far pace con la tua testa. Ti disintegra i sensi di colpa. Ti dice quello che nessuno osa dire. Per esempio, che esistono i bambini insopportabili: diffidate di chi dice “amo i bambini”. Non puoi amare tutti i bambini, come non puoi amare tutti gli adulti. I bambini sono persone e come le altre persone, alcuni sono detestabili.
Ti dice che esiste il figlio preferito. Nessuna madre lo confesserebbe mai pubblicamente. Tu qualche volta, da figlia, il sospetto lo hai avuto, ma ti hanno subito smentito, ma che sei matta? Eppure è così, è normale, è umano propendere per una persona piuttosto che per un’altra.


Ti dice che i bambini sono crudeli, che sanno essere cattivi, sanno accanirsi con i più deboli, con i più indifesi, sanno dire parole che feriscono.Ti dice che se leggi Pollicino o altre fiabe, ci trovi dentro cose tremende. Figli abbandonati, figli uccisi. Se ne parla perfino la tradizione popolare, ci sarà un motivo. Il motivo è che i figli sono anche pesanti, anche faticosi. Ninna nanna, ninna oh, questo figlio a chi lo do? Figli da dare via, da allontanare. Allora realizzi che i mostri in prima pagina sono sempre esistiti.Ti dice perché le mamme italiane sono così diverse da quelle svedesi. Vuoi vedere che è tutta colpa di Pinocchio? O meglio, ancora una volta, di modelli educativi. Da noi, quello del bambino ubbidiente, sennò gli cresce il naso. Da loro, Pippi Calzelunghe, che è libera e felice.

Ti dice della solitudine che accomuna così tante madri: le single che volano verso le cliniche di Barcellona; quelle che arrivano a gesti estremi e disperati; quelle i cui figli sono spariti nel nulla e non hanno neppure una tomba su cui piangerli; quelle che non rinnegano il figlio malato, ma che confessano che sì, avrebbero abortito, se avessero saputo di dover fare tanta fatica, se avessero saputo che sarebbero state sempre sole (“Dove sono dopo le associazioni per la vita?”).Ti dice dell’ostetrica che ha fatto nascere centinaia di bambini ma non è mai diventata madre; di chi ha scelto l’adozione e cerca le parole per spiegare ad una bimba che ha già capito tutto (“La mia pancia era rotta e io soffrivo per questo. La tua mamma non poteva tenerti e tu soffrivi per quello. Abbiamo messo insieme i nostri dolori per provare a farne una felicità”); di neo mamme campionesse olimpiche in quattro e quattr’otto e di attrici bellissime cadute nel buco nero della depressione.
Insomma, è pur vero che di mamma ce n’è una sola, ma di modi di essere mamma ce n’è più d’uno. “Una madre è quella che ti è data, va bene com’è. Va bene anche una cattiva madre, forse. Di certo va bene una madre fuori norma, va bene una zia che fa da mamma, va bene un po’ di qualcosa, anche solo un pezzo. Va bene accogliere quel che succede, anche quello che non volevi e che non doveva succedere”.
 

domenica 15 dicembre 2013

Per dieci minuti: con Chiara Gamberale fuori dalla comfort zone


 

Sapete cos’è la “zona di comfort”? E’ il luogo virtuale (ma spesso anche fisicamente reale) che ci fa stare bene, che ci fa sentire al sicuro e protetti, dove tutto procede come deve procedere, senza intoppi, senza imprevisti o seccature. Siamo nella zona di comfort quando facciamo sempre la stessa strada per andare al lavoro, frequentiamo le stesse persone e non abbiamo alcuna voglia di conoscerne di nuove, ripetiamo gli stessi gesti tutti i giorni alla stessa ora da anni, torniamo nello stesso posto delle vacanze, facciamo acquisti negli stessi negozi, mettiamo sempre gli stessi vestiti abbinati precisamente nello stesso modo. E’ la zona del già visto, del già detto, del già fatto. Della creatività zero. Della fantasia ai minimi termini. Dell’avventura “anche no, grazie”. Dell’esperimento negato. Siamo esseri naturalmente restii al cambiamento, votati al conservatorismo, all’immutabilità delle cose. Poi arriva un giorno, per tutti, in cui la vita ti sbatte fuori dalla zona di comfort a pedate nel di dietro. Può succedere di perdere il lavoro. Può capitare che un matrimonio salti per aria. Può accadere di dover cambiare casa. Oppure possono avvenire tutte queste tre cose insieme, come succede a Chiara G., la protagonista dell’ultimo libro di Chiara Gamberale, la sua alter ego. La prima reazione quando veniamo fatti accomodare forzatamente fuori dalla nostra “tana”, è quella di volerci rientrare con tutte le nostre forze. Il primo sentimento è la sofferenza: rimpiangiamo il passato, facciamo il confronto fra il prima (lo stato desiderabile) e l’ora (lo stato detestabile) e ci sentiamo terribilmente sfortunati. Invece di allargare le braccia al cambiamento, gli giriamo le spalle: noi nell’immobilità stiamo benissimo, perché non può essere tutto come prima? Chiara prova invece ad affrontare l’uragano che si è abbattuto sulla sua esistenza, uscendo ogni giorno, volontariamente, fuori dalla zona di comfort, per dieci minuti. Facendo tutti i giorni, per un mese, una cosa nuova per almeno 600 secondi cronometrati: piccola, come mettersi uno smalto dal colore improbabile; insensata, come camminare all’indietro per le vie di Roma; impegnativa, come accogliere una persona nella propria quotidianità; profonda, come chiedere a propria madre come stia, ascoltando davvero la risposta; divertente, come ballare l’hip-hop. E al termine di ciascuno dei pacchetti di dieci minuti, Chiara emerge un po’ diversa dalla Chiara del giorno prima, dalla Chiara dei dieci minuti del giorno prima. I blocchi si sciolgono, le paure svaniscono, le risposte emergono dalle paludi della mente, fino all’happy end finale che non ti aspetti, ma che a pensarci è perfetto per la nuova Chiara e ti riempie di fiducioso ottimismo. E’ un libro sincero, gustoso, molto divertente e questo è il periodo perfetto per leggerlo, perché il gioco dei dieci minuti comincia il 3 dicembre e termina il 3 gennaio, in una sorta di fusione fra calendario dell’avvento letterario e conto alla rovescia mentre l’anno rotola via. E poi ti lascia addosso una gran voglia di provare a giocare anche tu, di cimentarti nei tuoi micro tuffi fuori dalla zona di comfort e vedere cosa succede.  

domenica 8 dicembre 2013

Oriana: una donna (raccontata con amore)



Il titolo del libro è perfetto. Nessun’altra parola avrebbe potuto sintetizzare con altrettanta efficacia la persona che fu Oriana Fallaci. Nessun aggettivo avrebbe potuto esservi accostato. Una donna. Punto. L’autrice della biografia si chiama Cristina De Stefano. Immagino la grande fatica, l’impegno, la ricerca che queste pagine debbono esserle costate. Perché raccontare Oriana Fallaci è difficilissimo nonché molto pericoloso. Io non mi azzarderò a farlo. Finirei per scivolare nell’encomio solenne, nella santificazione tardiva e un po’ anche nel ridicolo. Cose che invece non riguardano l’autrice del testo. Nei ringraziamenti finali, Cristina De Stefano sostiene di non avere molti tratti in comune con Oriana. Prendo per vere le sue parole, ma di certo la diversità non le ha impedito di provare per lei un affetto profondo. Ovunque, fra le pagine, si respira il suo amore per Oriana. Me lo immagino crescere a poco a poco, fra la rilettura dei suoi libri o la scoperta dei suoi appunti o il racconto di chi l’ha conosciuta. Un affetto che si fa più grande là dove Oriana si fa piccola, fragile, indifesa o incanalata verso l’errore. Quando si va ad impelagare in storie d’amore senza speranza. Quando soffre per la perduta maternità. Quando litiga furiosamente per un nonnulla. Quando è la peggiore nemica di se stessa. Quando è, appunto, una donna. Questa biografia ha due grandi pregi. Il primo è quello di restituirci un ritratto completo di Oriana. Di solito, quando si legge qualcosa su di lei, manca sempre un pezzo. Qui al contrario ci sono le mille donne che Oriana ha saputo racchiudere in sé: staffetta della Resistenza, figlia, sorella, giornalista, inviata di guerra, scrittrice, intervistatrice, donna innamorata, mamma interrotta, amica, viaggiatrice. L’altro grande merito che questo volume ha, è quello di ripercorrere tutta la bibliografia di Oriana. Leggendo queste pagine, comprendi che non puoi capire i libri di Oriana Fallaci se li sganci dalle sue vicende personali, perché dalla sua vita nascono e maturano. Non c’è una sola riga scritta da Oriana che non sia stata ispirata da Oriana stessa, dalle sue incredibili esperienze: un giro del mondo alla scoperta della condizione femminile, la frequentazione con i divi di Hollywood prima e gli astronauti in rotta verso la luna poi, i fronti di guerra che la vedono in prima linea come un soldato, le interviste con i potenti della terra, la sua vita privata segnata da grandi dolori. Ecco perché trovo che leggere la storia di Oriana sia fondamentale per avvicinarsi o tornare ai suoi testi: ce li dischiude, ci dà chiavi di interpretazione nuove, ce li fa rivivere con uno sguardo diverso e più profondo. Da ultimo, nel libro troverete un inserto di una ventina di foto, piacevolissimo da sfogliare e davvero emozionante. Oriana Fallaci era molto bella, con i suoi sguardi obliqui e intensi, con i sorrisi che la illuminavano tutta. Una donna di una bellezza totale, fuori e dentro, che questa biografia ricompone con rispetto e delicatezza, come un omaggio dovuto a lei, che in vita fu molto stimata, assai criticata, forse invidiata, ma molto poco amata e capita.

lunedì 2 dicembre 2013

Cose incomprensibili: digressione sui talent e le resse natalizie


 
Nel paese dove il talento è una delle ultime cose grazie alle quali spunti un lavoro, il talent show, invece, va alla grande. Sai cantare, fare una torta, muoverti sulle punte (o credi di saperlo fare)? C’è di sicuro una giuria di gente famosa (e non necessariamente “talentuosa”, ché altrimenti invece di stare lì a guardarti avrebbero di meglio da fare…) che aspetta di portare alla luce l’artista che sonnecchia in te.
Dopo anni di cantanti, ballerini e artisti circensi, è la volta (finalmente) degli aspiranti scrittori. Come mai non ci avevate pensato prima, cari autori di format? Pensavate forse che gli italiani fossero un popolo di ignorantoni, cui bastassero le canzonette e una nuova ricetta per gli spaghetti?
 
Giammai! Gli Italiani scrivono. Non leggono o leggono pochino, ma scrivono: tutti. Il famoso “romanzo nel cassetto” non è una leggenda metropolitana, esiste, solo che adesso si è trasferito nell’hardisk del portatile e grazie all’auto pubblicazione è anche abbastanza semplice portarlo alla ribalta, senza aspettare che siano i posteri a scoprirlo.
Quindi adesso ci sono 100.000 copie in cerca di un autore. E’ questo il premio che attende il vincitore del talent “Masterpiece”, l’agognata pubblicazione con una blasonata casa editrice.
 
La cosa più buffa di questo talent – che detto per inciso è anche piuttosto guardabile e con spunti interessanti- è la collocazione. Lo hanno piazzato su RaiTre, la rete della roba culturale. Ma siccome o non ci credevano fino in fondo o pensavano che il pubblico potenziale fosse fatto di nottambuli sfigati che non hanno né di meglio da fare la domenica sera né un lavoro per cui alzarsi il lunedì mattina, lo hanno schiaffato in seconda serata. Bah!

 
Un’altra cosa che non mi spiego è la ressa nelle librerie nel periodo natalizio. Tutti a regalare libri: alla mamma che al più sfoglia il libro di ricette, alla sorella che avrebbe gradito uno smalto, al fidanzato che gioca tutto il tempo con il tablet, al papà che preferisce la partita in TV.
Nobile scopo quello di donare un libro, ma un libro lasciato a raccogliere polvere su uno scaffale o utilizzato come oggetto di arredamento, è la cosa più triste che esista. Il libro ne soffre, si intristisce, diventa giallo e brutto. E’ come un cucciolo non voluto. Quindi, per favore, non regalate libri se non siete più che certi che chi lo riceve lo amerà e si perderà fra quelle pagine. Non regalate l’ultimo successo di chiccessia, se non avete mai letto una riga di quell’autore, se non avete la più pallida idea di cosa ci sia oltre quella bellissima copertina, anche se ha una fascetta con dichiarazioni entusiaste della milionesima ristampa; anzi, soprattutto se ha una fascetta.

Regalate un libro a chi possiede una tessera della biblioteca, a chi vi parla dei suoi autori preferiti con gli occhi illuminati, a chi ha il comodino inondato di volumi e una serie di arretrati da smaltire, a chi nel libro cerca compagnia, domande o affermazioni, vie di fuga dalla realtà. Per tutti gli altri, lasciate perdere. E lo dico da amante dei libri, che ne regala pochissimi, solo a persone accuratamente scelte e con un'unica eccezione: i bambini.



A loro i libri vanno sempre regalati: anche se giocano solo con il nintendo DS, si fanno srotorale il cervello dalla Tv e hanno i neuroni imbevuti dalla pubblicità. Proprio a loro i libri vanno donati, proposti, offerti, non come alternativa ai giocattoli ma come bellissimi giochi essi stessi.


Se c’è una speranza per il futuro dei libri, se vogliamo che il vincitore del talent di cui sopra abbia non solo 100.000 copie, ma anche e soprattutto 100.000 lettori, sotto l’albero dei bimbi DOBBIAMO assolutamente far spuntare dei libri.



 

 


domenica 10 novembre 2013

Le piccole virtù: ascoltando la voce di Natalia Ginzburg



Il mio primo incontro con Natalia Ginzburg risale alle scuole elementari. Nel libro di lettura c’era un brano tratto da “Lessico Famigliare”: era la pagina in cui Natalia parlava del padre, delle sue manie, come la montagna e lo yogurt fatto in casa, delle sue esplosioni di collera, del suo carattere turbolento. Poi negli anni a venire, Natalia Ginzburg è sparita dalle antologie. Su quella delle superiori, il rinomato Guglielmino, non ce n’era traccia. L’unica scrittrice considerata degna di più di una citazione volante era Elsa Morante. Qui ci sarebbe da aprire una parentesi sulle scelte operate dai programmi scolastici, ma forse oggi, dopo quasi venti anni, le cose sono cambiate, almeno spero... Volevo quindi riscoprire questa autrice, renderle un po’ di giustizia negata, ed ho scelto di farlo con un libro dal titolo intrigante ma ingannevole, “Le piccole virtù”. Sembrava un titolo dal suono familiare, un chiaro rimando a quelle “piccole cose” così care a Giovanni Pascoli. E invece no. Fra le mani mi sono trovata una raccolta di undici saggi, fra i quali quello che dà il titolo al volume e che non contiene affatto l’elogio delle piccole, quanto piuttosto delle uniche, autentiche virtù: quelle grandi. La generosità a dispetto del risparmio, il coraggio invece della prudenza, l’amore per la verità contro l’astuzia. Ecco, credo che già questo basti ad inquadrare Natalia Ginzburg: è una donna che spiazza, come spiazza questo titolo; una donna non allineata al comune pensare ed agire, quello che ci porta a scegliere le piccole virtù, anziché le grandi, ed insegnarle ai nostri figli; una donna dalla grande forza interiore, come traspare dalle sue foto, in cui colpisce l’aria seria e lo sguardo acuto e severo; una donna dalla mente aperta, il cui pensiero limpido brilla fra le pagine di un libro che, nonostante il mezzo secolo di vita, contiene delle pillole di verità e saggezza, insieme ad una buona dose di ironia.

Undici saggi, dunque, di cui non è semplice condensare il contenuto. Se credete nell’amicizia, come accettazione incondizionata, amerete “Ritratto di un amico”, il ricordo intimo, caldo, non edulcorato, di Cesare Pavese e della sua città; se invece continuate a stupirvi delle differenze, piuttosto che di ciò che vi accomuna al vostro compagno, sorriderete con lo spassoso “Lui ed io”; se scrivere è il vostro pallino, dovete assolutamente leggere “Il mio mestiere”, una spassionata dichiarazione d’amore verso la scrittura; se nonostante abbiate visto tutte le puntate di "s.o.s. Tata", siete pronti ad una sana autocritica sui vostri metodi educativi,  studiatevi “Le piccole virtù”; se avete figli adolescenti e volete ricordarvi cosa significa vivere questa età, leggete “I rapporti umani";  se vi sembra che i social abbiano spento il gusto della conversazione, meditate su “Silenzio”; se volete una critica acuta dell’Italia, ancora pungente ed attuale, per voi ci sono “Elogio dell’Inghilterra” e “La Maison Volpé”; se stentate a riconoscere la felicità e a sentirvi fortunate, avrete di che riflettere con “Inverno in Abruzzo”, Le scarpe rotte” e “Il figlio dell’uomo”.
 
Una varietà di temi, insomma; ma nella loro diversità, c’è un filo conduttore che unisce questi undici saggi, ed è la sua autrice, la sua esperienza di vita, ora di moglie ora di madre, ora di scrittrice ora di amica, ora di esiliata ora di viaggiatrice. Ognuno dei brani è stato ispirato da un momento della vita della Ginzburg: l'esperienza della guerra, il confino in uno sperduto paesino dell’Abruzzo, la morte del primo marito, la permanenza in Inghilterra, il secondo matrimonio. Ma la forza delle sue parole è racchiusa nella capacità di superare la semplice esperienza personale e renderla qualcosa in cui tutti possiamo specchiarci: c'è un po' di ognuno di noi, fra queste righe. E mi pare sia proprio questo che rende il libro vivo, che non ce lo fa mai apparire superato dal  scorrere del tempo: il suo agganciarsi a valori universali e sempre condivisibili, la  voce non saccente della sua autrice, simile a quella di una buona ed intelligente amica, con cui ti trovi a conversare, a ricordare, a confrontarti.

sabato 2 novembre 2013

Come leggere di più: 10 strategie per leggere più libri


Non ho tempo per leggere. Quante volte abbiamo sentito questa frase? E’ la giustificazione preferita dai non lettori (purtroppo, una nutrita fetta di connazionali, sigh!). Ma dietro queste parole si trincera spesso anche il lettore appassionato, perché magari vorrebbe leggere ma ci sono giornate in cui il tempo sembra proprio non esserci.
Ebbene, leggere come altre attività, non è tanto una questione di tempo, quanto piuttosto una questione di organizzazione. E’ la mancanza di organizzazione che ci fa sprecare tempo per cui, alla fine, non avanza mai uno spazio per mettersi a leggere. Partendo da questo presupposto, ho raccolto 10 strategie da mettere in atto per rendere il leggere un'attività sempre inserita nelle nostre giornate, come mangiare o bere o dormire:
1.   Fate micro-sessioni di lettura: se aspettate di avere un’ora intera da dedicare alla lettura, molto probabilmente dovrete attendere le vacanze di Natale o la prossima estate. E quasi sicuramente, in queste occasioni, avrete di meglio da fare. In realtà è molto meglio leggere nei mini ritagli di tempo, che sia la coda alla posta, il viaggio con i mezzi pubblici o la sosta in bagno! Se facciamo 6 micro sessioni da dieci minuti l’una, alla fine della giornata sarà come avere letto sessanta minuti consecutivi.
2.   Portate sempre un libro con voi: questa regola discende direttamente dalla prima. Se vogliamo sfruttare i tempi morti, dobbiamo avere sempre un libro dietro. SEMPRE! Quindi in macchina, nella borsa, nella tasca del giubbotto, infilate un libro.
3.   Acquistate un eReader: qui i puristi storceranno il naso. Ma un e-reader è davvero un mezzo straordinario per leggere di più. Persino “Anna Karenina” non vi spaventerà, perché è dimostrato che su un eReader viene meno il “timore del mattone”, cioè lo scoraggiamento che ci assale di fronte ai volumi più alti di un paio di centimetri.
4.   Ascoltate gli audiolibri: non è proprio come leggere, ma ci va molto vicino. E si sfruttano ancora i tempi morti (vedi punto 1), quando tenere in mano un libro sarebbe impossibile, come al volante o durante una corsetta.
5.   Unitevi ad un gruppo di lettura: perché scoprirete libri che non avreste mai letto, perché è bello parlare delle proprie passioni con chi ti capisce e perché un piccolo impegno condiviso aiuta a rispettare le scadenze.
6.   Svegliatevi 15 minuti prima: può sembrare un sacrificio, ma la mattina presto, quando tutto il resto della casa dorme, è il momento perfetto per leggere in santa pace.
7.   Spegnete la TV almeno una sera a settimana: tutte le sere c’è qualcosa da vedere? Non ci credo! A volte si passano le serate a fare zapping oppure si sceglie un programma che tempo pochi minuti, già ronfiamo sul divano. Perché non scegliere di non vedere nulla e leggere?
8.   Frequentate le biblioteche: non abbiate paura, varcate l’ingresso di una biblioteca! Superate il “timore della soglia”, quel senso di soggezione ingiustificato ma che coglie tutti nell’approssimarsi ad una biblioteca. Passateci un po' di tempo a zonzo, curiosate fra gli scaffali, leggete qua e là, fate incetta di libri da portarvi a casa. E’ uno spasso ed è tutto gratis!
9.   Scegliete un argomento e approfonditelo: qualunque esso sia, i romanzi ottocenteschi, i grandi autori americani o la letteratura per l'infanzia, vedrete come ogni libro vi porterà ad un altro libro. Quando ho scelto di approfondire la letteratura femminile, non sapevo che mi si sarebbe aperto un mondo da esplorare. E che avrei sviluppato un sesto senso per scovare i libri che mi interessavano sul tema. L’importante è essere costanti: una volta scelto un percorso, seguitelo fino in fondo.
10. Circondatevi di libri: sparpagliate libri dappertutto, sul comodino, sul termosifone, sopra le sedie. Appuntatevi i titoli che vi incuriosiscono, ovunque vi capiti di sentirne parlare, e comprateli alla prima occasione o prendeteli in prestito in biblioteca. Non importa se siete strapieni di libri, se la pila accanto al letto cresce, se chi vive con voi si lamenta. Ciò che conta è avere sempre in casa il libro giusto al momento giusto.
E voi, riuscite a trovare il tempo per leggere? Avete altre strategie per leggere di più da suggerire?

venerdì 16 agosto 2013

Davanti ad una tazza di tè


"Fuori il modo ruggisce o si addormenta, scoppiano le guerre, gli uomini vivono e muoiono, alcune nazioni periscono, altre, che verranno presto inghiottite, sorgono, e in tutto questo rumore e questo furore, in queste esplosioni e risacche, mentre il mondo avanza, si infiamma, si strazia e rinasce, si agita la vita umana. Allora beviamo una tazza di tè."
Vi è mai capitato di trovarvi in un posto e pensare che sarebbe piaciuto molto ad un personaggio letterario? Lo so, sembra un pensiero decisamente un po' strano, ma ieri mi è successo esattamente questo e vi assicuro che è una delle sensazioni più belle mai provate da chi ama i libri, perché significa che stai pensando ad un personaggio come se fosse una persona in carne ed ossa, qualcuno che vorresti conoscere per raccontargli di quel posticino o magari portarcelo.
C'è un ristorante che amo particolarmente e in cui torno sempre volentieri. Veramente chiamarlo ristorante è parecchio riduttivo. Diciamo che è una casa, che ci abita una vera famiglia che, se avrete voglia, trovandovi a passare in Umbria, di deviare verso Collepepe, sarà ben felice di aprirvi la porta e di farvi accomodare in una delle sue deliziose stanze, su cui spicca fra tutte la Sala del gusto, il ristorante appunto. Insomma, se cercate il calore della vera ospitalità, degli amici che vi accolgono con un sorriso e volete trovarvi nella casa in cui avreste sempre voluto vivere, dovete venire qui, alla Residenze L'Alberata.
Dietro la casa principale, circondata dal verde tenero di un pratino, quasi come se fosse stata ritagliata dalle pagine di un libro di fiabe, brilla nel suo candore la "Casa del tè". Non l'avevo mai vista nella luce del giorno, perché qui sono arrivata sempre per cena, ed è stato un colpo di fulmine.
Insegna della Casa del tè - Residenze L'Alberata (Collepepe - PG)

Esterno della Casa del tè - Residenze L'Alberata (Collepepe - PG)

 Maniglia della Casa del tè - Residenze L'Alberata (Collepepe - PG)

L'interno della Casa del tè - Residenze L'Alberata (Collepepe - PG)

Renée Michel -ho pensato- l'indimenticabile portinaia de "L'eleganza del riccio", avrebbe amato sedersi qui, "bevendo tè fumante a piccoli sorsi felici".
Dopo Miss Marple di Agata Christie, Madame Michel di Muriel Barbery è la più grande bevitrice di tè che la letteratura ricordi. Tutta la sua esistenza è cadenzata dal rito del tè, puntualmente condiviso ogni pomeriggio con Manuela, l'amica di una vita ("Fatevi una sola amica, ma sceglietela con cura"). In effetti in una tazza di tè, e soprattutto nella gestualità che accompagna la sua preparazione, sono racchiuse un'infinità di cose, come ben sanno gli orientali: l'eleganza, la percezione totale attraverso tutti e cinque i nostri sensi, il tempo che si sublima, la consapevolezza delle nostre azioni, la serenità dello spirito contro un mondo inquieto, la bellezza incastonata nelle piccole cose che ci fanno amare la vita.
Se non avete ancora letto "L'eleganza del riccio", procuratevelo. Non solo perché è un inno al tè, ma perché è ricco di preziosi spunti: capirete davvero che le apparenze ingannano, che i gatti sono "i depositari di bei momenti felici", che le camelie (e non le rose) sono il vero simbolo dell'amore, che è possibile trovare anime belle ed affini, anche se la maggior parte degli esseri umani sono una vera delusione.
E poi venite alla Casa del tè e immaginate di sedere in questo spazio intimo e raccolto, a sorseggiare tè fumante in compagnia di Madame Michel, e a parlare insieme dell'ultimo libro che avete letto e amato, quello fra le cui pagine si muove leggera proprio lei.

lunedì 22 luglio 2013

La storia di una bottega: il coraggio di quattro sorelle (e di una casa editrice)


Gertrude, che camminava su e giù per la stanza, si fermò tutto a un tratto e disse: "Prendiamo qualche buona decisione!".
"Sì," gridò Phyllis con la sua usuale schiettezza; "lastrichiamo un po' la strada per l'inferno!".
"Primo, non saremo ciniche."
La mozione fu approvata all'unanimità.
"Secondo, saremo felici!"
Questa mozione venne approvata con entusiasmo anche maggiore della precedente.
"Terzo," propose Phyllis, pronunciando le parole con finto pathos, "terzo, non diremo mai e poi mai che abbiamo visto giorni migliori!"
Così, con i visi sorridenti, si alzarono in piedi e sfidarono il Destino.


La fotografia in copertina è molto bella. Al centro, una donna ritratta di spalle cammina lungo una strada, diretta chissà dove. Mi colpiscono due cose: il fatto che sia da sola (e all'epoca in cui è stata ripresa l'immagine non doveva essere così consueto) e il passo svelto (lo si intuisce dalla mano, salda sulla tesa del cappello, che nella foga potrebbe volarle via). Intorno la città, quale non lo sappiamo, sicuramente una metropoli, come si intuisce dalla strada lunga, ben tenuta e costeggiata dai lampioni e da una serie di edifici, sfumati sullo sfondo, che lasciano trapelare il fervore cittadino.

Confesso di avere scelto questo libro, acquistato alla Libreria delle Donne di Bologna (potete leggere qui la mia scoperta di questo posto incantevole) principalmente per la copertina, anche se questo (lo sanno tutti!) non dovrebbe essere un criterio trainante di scelta. L'altra cosa che mi ha invogliata deve essere stato una specie di transfert, un sottile richiamo a quella che considero uno dei personaggi che più hanno ispirato la mia vita. Parlo di Jo March (qui potete leggere dell'amore incondizionato che provo per lei), nome che in copertina troneggia sotto il titolo ed è quello della casa editrice. Infine l'autrice, Amy Levy, un nome che non riecheggiava nella mia memoria e non conoscevo. Ce n'era abbastanza per essere incuriosita e saperne di più.

Andiamo con ordine. Jo March è un'agenzia letteraria ed una casa editrice, ma innanzitutto un progetto, originale, coraggioso e culturalmente "alto" (oltre che radicato nella regione in cui sono nata e vivo, l'Umbria), che si prefigge di riportare alla luce, tradurre e dare alle stampe piccoli capolavori dimenticati, spesso mai apparsi in edizione italiana, ma che meritano di essere scoperti e amati, quanto altri classici immortali.

"La storia di una bottega" è uno di questi. La produzione ottocentesca di romanzi inglesi è molto ampia e ricca di autori che non sono "sopravvissuti" alla prova del tempo, o perché epigoni di predecessori ben più importanti o perché, semplicemente, non hanno trovato qualcuno disposto ad investire su di loro, offrirli al lettore italiano, insieme a chiavi di interpretazione e riflessione. Amy Levy è una di queste scrittrici, ingiustamente mai tradotta in Italia, prima che la Jo March decidesse di farne il secondo gioiello di una collana dal titolo emblematico, Atlantide, come l'isola perduta, sprofondata nel mare, cui questi libri metaforicamente somigliano.

Consiglio di leggere questo libro subito dopo uno dei romanzi di Jane Austen, come "Orgoglio e pregiudizio" (qui il link al post dove ne parlo) o "Ragione e sentimento". Non per fare paragoni (anche se l'ironia e l'introspezione psicologiche sono due felici qualità che accomunano le autrici), o peggio "classifiche" fra le due signore, ma per compiere un percorso ideale, un viaggio meraviglioso che segua l'evoluzione della condizione femminile lungo l'Ottocento. Jane Austen ci apre la porta del salotto, delle stanze da ballo, delle verande; Amy Levy quella di una bottega, un laboratorio, lo chiameremmo oggi, di fotografia. Le eroine di Jane passeggiano lungo sentieri di sconfinate tenute della campagna inglese e questa sembra essere la loro principale occupazione; quelle di Amy, si muovono affaccendate lungo le strade affollate di Londra e devono lavorare per vivere. Siamo in due momenti storici diversi, l'inizio e la fine di un secolo, e diversa è anche la donna che si è spostata dagli spazi privati e domestici, in quelli pubblici e lavorativi. Amy Levy delinea qui una "bozza" di quella "new woman", che negli anni a venire avrà uno sviluppo più marcatamente femminista.

Amy Levy sceglie di mettere in scena un quartetto di sorelle (Gertrude, Lucy, Phyllis e Fanny) che, rimaste orfane e finanziariamente dissestate, devono trovare un modo per restare a galla nel mare della vita. Respinte al mittente tutte le offerte di "protezione" di parenti e amici, scartata l'idea di lavori femminili ma poco remunerativi, come l'insegnamento o la scrittura, decidono di intraprendere un'avventura commerciale sfidando i pareri contrari di tutti e le convenzioni della società dell'epoca. Il lavoro scelto è quello di fotografe, un mestiere emergente (anche se non certamente fra le donne!) cui le quattro sorelle si dedicheranno non senza poche difficoltà. Molto interessante, a mio parere, è la storia di come la bottega prende vita: dapprima solo un sogno nella testa della volitiva Gertrude; poi un progetto concreto che passa attraverso i momenti fondamentali della formazione (Lucy che intraprende un apprendistato di tre mesi presso un affermato fotografo amico), della ricerca di un locale in affitto, delle spese oculate per far quadrare il bilancio, del duro lavoro per dimostrare di essere brave come e più dei colleghi uomini, della difficoltà ad essere retribuite quanto loro (che tema attuale!).

Certo, il finale non è esattamente "rivoluzionario" (non lo svelo, perché non voglio anticipare altro, se qualcuno fosse curioso di leggere il libro), ma non è questo che conta, è tutto ciò che viene prima, e che porta alla conclusione felice, il nocciolo del libro e, direi, la sua bellezza. Per rispondere alla domanda che Silvana Colella pone nell'ottima introduzione al libro – "perché leggere oggi questa storia"- la risposta è: perché le sorelle Lorimer sono delle pioniere del coraggio e della sfida, che in tempi avversi hanno saputo far ricorso alle loro migliori risorse e che possono, ancora oggi, anni di crisi e di sfiducia nel futuro, essere fonte di ispirazione per tutte noi; per non cedere mai allo sconforto nei momenti meno prosperi; per prendere anche noi, come loro, la ferma decisione di non essere ciniche e di essere autenticamente felici.

domenica 14 luglio 2013

Ritratto di un assassino. Jack lo Squartatore: caso chiuso?


"Non c'è più nessuno da accusare e condannare. Jack lo Squartatore e coloro che lo conoscevano sono morti da decenni, ma i delitti non vanno in prescrizione e le vittime dello Squartatore meritano giustizia".


D'estate la lettura di un giallo, almeno per me, è una tradizione consolidata. Da tempo avevo adocchiato un libro di Patricia Cornwell dedicato a Jack lo Squartatore, probabilmente il "cold case" più famoso della storia. Per chi non lo sapesse o non seguisse il noto telefilm, un cold case è un caso irrisolto, "raffreddato", in genere un omicidio rimasto senza colpevole. Come appunto gli omicidi seriali di Jack lo squartatore. A distanza di 125 anni dal 1888, anno in cui, fra agosto e novembre, si concentrarono i cinque delitti perpetrati nottetempo nel quartiere londinese di Whitechapel, nessuno è riuscito ancora ad attribuire un volto e un nome all'autore di quegli orrendi femminicidi. La violenza e la crudeltà dei delitti di Jack lo Squartatore sfuma oggi un po' nella leggenda e un po' nel bussiness, due aspetti perfettamente sintetizzati nei tour guidati attraverso le viuzze di Whitechapel, durante i quali, per una manciata di sterline, si possono ripercorrere a cuore spensierato le orme dello spietato serial killer.

Patricia Cornwell, scrittrice americana, "madre" della detective Kay Scarpetta le cui avventure a sfondo giallo animano una ventina di best sellers, non la pensa affatto così: i morti non possono diventare fenomeni da baraccone e meritano sempre giustizia, anche dopo anni, anche dopo secoli. E' questa la spinta che c'è dietro "Ritratto di un assassino", in cui Patricia Cornwell sintetizza anni di ricerche e di studi che l'avrebbero portata ad identificare Jack lo Squartatore nel pittore inglese Walter Richard Sickert.

Caso chiuso, come proclama il sottotitolo in copertina? Il punto di domanda è d'obbligo. Perché è vero che tutto torna, ma torna, forse, un po' troppo: qualche forzatura, molte supposizioni e un paio di illazioni, come quelle che vorrebbero il pittore Sickert traumatizzato da una serie di operazioni subite in tenera età e dalla freddezza emotiva della famiglia di origine, traumi che sarebbero la radice di tutto il male commesso. Pertanto, anche se Patricia Cornwell alla fine di 375 pagine canta trionfalmente vittoria ("L'abbiamo preso, ragazzi!"), a ben guardare non è proprio così. Ma allora perché leggere questo libro, invece di gettarlo dalla finestra come le fantasie di un ciarlatano?

Secondo me per due ragioni. La prima, perché Patricia Cornwell merita l'onore delle armi: ha dedicato anni a raccogliere prove, ha speso una piccola fortuna per acquistare documenti di varia natura, ma, soprattutto, ha cercato di risolvere il "caso" come se fosse una vera e propria indagine, sfruttando la sua esperienza, il suo intuito, il suo talento e le sue capacità deduttive.

Il secondo motivo per cui questo libro merita di essere letto, è per l'accuratezza nella ricostruzione della vita nell'Inghilterra vittoriana. Non la vita dei borghesi o quella di corte, ma la vita dei più umili, quelli su cui Jack lo Squartatore si scagliava e che affollavano  Whitechapel. Le povere donne vittime del serial killer, erano prima ancora vittime della povertà. Costrette a prostituirsi dalla miseria in cui versavano, dedite all'alcool per sfuggire da una realtà senza futuro. Il ruolo della donna nell'età vittoriana, indipendentemente dall'estrazione sociale, era, per usare un eufemismo, ornamentale. Ancora più cupa, poi, era la condizione di quelle donne che Patricia Cornwell definisce le "sventurate di Londra". La morale dell'epoca, che confinava la donna e l'attività sessuale all'interno del matrimonio, vedeva le prostitute come donne che sceglievano liberamente questo tipo di vita, delle "viziose" senza speranza, delle peccatrici della peggiore specie. Ma percorrere le strade buie, gelide e sporche di Whitechapel, alla ricerca disperata di clienti, era il solo modo per non morire di fame, per tutte coloro che non potevano contare sul salario di un uomo. I miseri guadagni venivano poi investiti nell'alcool, facendo scivolare sempre più in basso le poverette, in una spirale senza fine di giornate passate a vagabondare, alla ricerca un riparo per dormire e di un po' di cibo.

Patricia Cornwell ci conduce pagina dopo pagina nei dormitori pubblici, nelle case di lavoro, negli ospedali per i poveri; ci illustra il lavoro e i mezzi limitati di cui disponevano i poliziotti e gli investigatori di Scotland Yard, in un'epoca in cui si faceva ricorso, per l'identificazione dei criminali, all'antropometria e alla fisiognomica, non certo ad impronte digitali e DNA; ricostruisce i primordi della medicina legale, ai quei tempi ancora priva sia di solide conoscenze scientifiche che di tecniche affidabili; ci introduce nell'affascinante mondo delle scienze forensi, svelandone metodologie e piccoli segreti. Un libro da esplorare, quindi, non tanto per la ricerca di un assassino, la cui identità continua a restare ammantata nel mistero, quanto per la ricostruzione di un mondo e di un'epoca, quella vittoriana, che molto incuriosisce, che è parte indiscussa del fascino di Londra e che Patricia Cornwell ha saputo magistralmente documentare.

domenica 9 giugno 2013

Facciamoci avanti: le donne, il lavoro e la voglia di riuscire. I consigli di Sheryl Sandberg


Probabilmente il nome di Sheryl Sandberg non vi dice molto. Eppure è una delle donne più potenti ed influenti al mondo: attualmente ricopre la carica di Direttore Operativo di Facebook, ma nel curriculum annovera anche Google, la Banca mondiale e la Casa Bianca. Una donna che, fra un incarico di responsabilità e l'altro, ha in più costruito una famiglia, sposando il suo migliore amico e dando alla luce due bambini. Eppure, anche per lei, la strada per conciliare il lavoro e la famiglia è stata in salita e niente affatto facile da percorrere. Sheryl deve essersi guardata intorno ed avere visto ben poche donne, oltre a lei, sedute ai tavoli dirigenziali. Si è chiesta perché, ne ha analizzato le cause e ha cercato di offrire delle soluzioni convincenti per cambiare lo status quo. Da tutto questo è nato il suo libro "Facciamoci avanti", una community on line su Facebook (qui il link italiano e qui quello originale), su Twitter (#mifaccioavanti) e il progetto dei "Lean in circles", (qui il link), piccoli gruppi di donne che si incontrano per condividere esperienze e sviluppare le proprie capacità.

Trovo che il libro abbia molti punti di forza, primo fra tutti l'impostazione, che rifugge dallo schema americano "guru-discepolo". Sheryl parla a tutte, anche a se stessa, e ciò è chiaro fin dal titolo che non è un imperativo "Fatevi avanti" (cosa che avrebbe anche potuto dirci, visto che lei di strada ne ha fatta un bel po'!), ma un avvolgente ed incoraggiante "Facciamoci avanti", che abbraccia tutte senza esclusione. L'altro elemento che ne fa un libro molto gradevole è il taglio autobiografico, i continui riferimenti ad esperienze personali o di vita vissuta, per cui si capisce che Sheryl parla con cognizione di causa e non è affatto, come verrebbe da pensare scorrendone sommariamente la biografia, una Wonder Woman o una novella Lady di ferro. Il libro deve averle richiesto, fra l'altro, molto tempo, ricerche e studio. Lo dimostrano le ricchissime note che accompagnano i capitoli: riferimenti ad altri testi, studi statistici e scientifici, siti internet, video. Una bibliografia tanto ricca ha l'enorme pregio di supportare e dare valore ai consigli e alle tesi di Sheryl Sanderg, che non appaiono quindi mai fumosi né banali.

E' difficile sintetizzare un saggio pieno di consigli e di suggerimenti. Qui di seguito ho deciso comunque di riportare alcuni spunti di riflessione, che spero vi incuriosiscano e invoglino ad approfondire l'argomento attraverso la lettura integrale del libro.
  1. Che cosa faresti se non avessi paura? "La paura è alla base di molte barriere che le donne devono affrontare: la paura di non piacere, di fare la scelta sbagliata, di attirare un'attenzione negativa, di mirare troppo in altro, di giudicare, di fallire. Senza la paura, le donne possono perseguire il successo professionale e la realizzazione personale e scegliere liberamente l'una, l'altra o entrambe. Allora per favore chiedetevi: che cosa farei se non avessi paura? Poi andate a farlo"
  2. Sconfiggi la sindrome dell'impostore. "Il fenomeno delle persone in gamba tormentate dai dubbi su se stesse ha un nome: la sindrome dell'impostore. Molte persone, ma le donne in particolare, si sentono tali quando vengono lodate per i loro risultati. Anzichè ritenere di meritare i riconoscimenti, hanno la sensazione che non siano dovuti o che sia stato fatto un errore. Presto o tardi, pensano, tutti scopriranno che le loro capacità o competenze sono limitate. Noi ci sottovalutiamo in continuazione. Ma sentirsi sicuri è necessario per cogliere delle opportunità e accettare nuove sfide."
  3. La sindrome della tiara: se la conosci, la eviti. "Le donne pensano che se continuano a fare bene il loro lavoro, qualcuno le noterà e metterà loro una tiara sulla testa. Il duro lavoro e i risultati dovrebbero essere riconosciuti dagli altri ma, quando questo non avviene, si rende necessario autopromuoversi."
  4. Non porre limiti inutili alle tue scelte. "Fra tutti i modi in cui le donne si tengono in disparte, il più dilagante è forse che pongono limiti inutili alle loro scelte. E' raro che le donne scelgano una volta per tutte di smettere di lavorare; invece prendono una serie di piccole decisioni lungo il cammino, scendendo a compromessi e facendo i sacrifici che ritengono necessari per avere, un giorno o l'altro, una famiglia. Il momento giusto per farsi indietro è quando serve una pausa o quando arriva un bambino, non prima, e certamente non con molti anni d'anticipo. I mesi e gli anni che precedono una gravidanza non sono il momento per farsi da parte, ma quello per farsi avanti con più determinazione."
  5. Fa' del tuo partner un vero compagno. "In Italia, le donne svolgono il doppio delle attività di accudimento dei figli e il quintuplo delle faccende domestiche rispetto agli uomini. Se più donne si fanno avanti nella carriera, più uomini devono farsi avanti nella famiglia. Dobbiamo incoraggiare gli uomini ad essere più ambiziosi a casa loro!"
  6. Fatto è meglio che perfetto. "Cercare di fare tutto e pretendere che sia fatto alla perfezione è la ricetta giusta per restare delusa. La perfezione è il nemico. Fate vostro questo motto e lasciate perdere gli standard irraggiungibili."
  7. Credi in te stessa, ma anche nelle altre donne. "Le donne devono sostenere le donne. Il fatto che uno degli ostacoli all'ascesa al potere delle donne siano talvolta le donne che quel potere l'hanno già, è una dolorosa verità. Quanto più le donne si aiutano a vicenda, tanto più aiutiamo noi stesse. Agire come una coalizione produce davvero dei risultati. Cominciamo quindi ad approvarci l'una con l'altra."
  8. La marcia verso la vera uguaglianza continua. "Continua nei corridoi della politica, delle imprese, delle università, degli ospedali, degli studi legali, delle organizzazioni non profit, dei laboratori di ricerca e di ogni organizzazione, piccola o grande che sia. Lo dobbiamo alle generazioni venute prima di noi e alle prossime. Credo che le donne possano assumere più ruoli di comando nei posti di lavoro. Credo che gli uomini possano contribuire di più a casa. E credo che questo porterà un mondo migliore, un mondo nel quale metà delle istituzioni sia guidato da donne e metà delle famiglie sia gestita da uomini."

Grazie, Sheryl!